“Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro”

  1. Pessoa

 

L’incontro di due storie: la prospettiva trigenerazionale nella terapia strategico evoluta con la coppia

 

In un precedente articolo della dott.ssa Mastrantonio si faceva riferimento al processo di differenziazione come quel “processo attraverso cui noi sviluppiamo un Sé chiaramente differenziato pur mantenendoci in stretto rapporto con coloro che amiamo. In questo processo si acquista la competenza nel gestire le relazioni intesa come gestione dell’ansia che può essere provocata sia dalla distanza sia dalla vicinanza ( F. Mastrantonio, 2015).

E’ evidente come il processo di differenziazione diventi un luogo privilegiato di accesso alle problematiche della coppia, un passaggio obbligato per qualunque terapeuta voglia comprendere e risolvere i blocchi evolutivi della coppia in terapia.

Il modello strategico evoluto nel lavoro con le coppie è un Modello intersistemico(Weeks, 1989), cioè un approccio globale, integrativo e contestualeche considera simultaneamente tre dimensioni:

  • L’individuale
  • Il relazionale
  • L’intergenerazionale

In questa sede focalizzerò la mia attenzione in particolare sulla dimensione trigenerazionale, ovvero la scelta di un punto di osservazione “verticale” delle problematiche che la coppia presenta in terapia; questo vertice osservativo consente, attraverso domande circolari e ipotizzazioni successive, di  far emergere le ridondanze o differenze nel passaggio da una generazione a quella successiva; l’obiettivo di questo lavoro è identificare alcune competenze fondanti della terapia con le coppie e come utilizzarle.

Con una metafora particolarmente efficace Andolfi parla della dimensione trigenerazionale della coppia come piani differenti di una casa a tre livelli: famiglia di origine dei due partner ai piani alti, coppia al centro e figli al piano terra (anche dove non siano presenti, basti pensare a quale elevato livello di correlazione esiste tra la difficoltà ad essere generativi in una coppia ed il processo di differenziazione).

“L’attenzione alla dimensione temporale e storica ci consente di muoverci tra passato, presente e futuro, spostandoci dai nonni alla relazione di coppia e ai rapporti con i figli. Su un asse verticale si rintracciano atteggiamenti, aspettative, miti e paure con cui le persone sono cresciute e che sono stati trasmessi da una generazione a quella successiva attraverso dei percorsi triadici; per esempio, nella linea di discendenza maschile nonno-figlio-nipote, “il successo e la realizzazione professionale” possono rappresentare un valore trasmesso attraverso le generazioni, come nella linea femminile “il sacrificarsi per i figli” può costituirsi come un ingiunzione che deve essere esaudita per poter preservare la lealtà al ruolo femminile (Andolfi, pag. 73)”.

Le problematiche che la coppia presenta in terapia hanno quindi sempre a che fare con processi incompleti o disfunzionali di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e autonomia del singolo dalla propria famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello della propria coppia.

“Il matrimonio consiste in un particolare e potente processo dialettico che oscilla attraverso il continuum appartenenza – individuazione. […] La base per il successo di questa complessa dialettica è il processo di appartenenza – separazione già sviluppato nella famiglia di origine. La capacità di appartenere alla propria famiglia d’origine avendo contemporaneamente il coraggio di individuarsi, evolve lentamente. Il processo può subire molte interruzioni senza danni irreparabili, ma ogni distorsione crea le basi di future difficoltà nel matrimonio. (C.A. Whitaker, pag.101)”.

Questa premessa, fondante del nostro lavoro clinico, mi consente di identificare un prima “core competence” operativa  che un terapeuta deve avere con le coppie: saper allargare la visione rigida attuale del problema alla dimensione trigenerazionale, salendo e scendendo di piano ed aiutando così le persone ad assumere un punto di vista nuovo dei loro problemi (pensiamo all’utilità di questo approccio con le coppie che portano i figli in terapia e al ruolo del capro espiatorio familiare, ma pensiamo anche a tutte le problematiche sessuologiche e decisionali che emergono in un contesto terapeutico).

“La stragrande maggioranza delle famiglie è inviata a terapia con una diagnosi, già formulata in precedenza, relativa ad una disfunzione in uno dei suoi membri. I familiari stessi, d’altro canto, anche in assenza di una simile evenienza, appaiono fortemente condizionati a ragionare secondo la logica della delega assoluta  ad un tecnico, che dovrà modificare ciò che non funziona nel paziente designato o tutt’al più fornire loro alcune indicazioni di comportamento per uscire dal problema, senza peraltro aspettarsi alcune richiesta di partecipazione diretta alla soluzione (Andolfi, pag.24)”.

Lo strumento elettivo di questo processo di allargamento è rappresentato dalle domande circolari, che aggiungono una terza dimensione alla visione del problema che la coppia porta: “per esempio, se una moglie ha una relazione difficile con il marito o con la propria madre, ed entrambi si rifiutano di accogliere le sue richieste emotive, queste stesse richieste saranno probabilmente convogliate verso la figlia. La relazione della figlia con la madre risulta quindi influenzata dalla presenza di due esigenze sovra-ordinate: una riguarda in modo diretto la relazione tra madre e figlia, ma l’altra è il risultato di una richiesta originariamente rivolta a qualcun altro (la nonna materna o il padre) (Andofli M., pag. 72)”.

Questo processo chiama in causa una seconda “core competence” operativa nel lavoro con le coppie, la costruzione e condivisione di ipotesi di funzionamento relazionale; attraverso il processo di ipotizzazione si aiutano le coppie a pensare alle loro difficoltà nei termini di modelli di reciprocità: uscire dalla strettoia delle colpe e dalla linearità del “questo causa quello” ma pensare alle problematiche in termini di costruzione reciproca.

Queste competenze fondative si basano naturalmente su un pre-requisito fondamentale dell’attività di terapeuta, la capacità di osservazione: il modello strategico – evoluto è costruttivista nel senso che Maturana e Varlea danno della costruzione della realtà:: “Il punto di partenza di questo calcolo […] è l’atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato del ruolo dell’osservatore che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo – e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l’osservatore che non l’intrinseca costituzione del mondo, il quale proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore ed osservato, appare sempre più sfuggente. Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di una immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad una analisi approfondita rivela le proprietà dell’osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo.” (F. Varela, 1980, pag.24)

L’osservatore è quindi parte del processo stesso di osservazione e all’interno del setting terapeutico come un pendolo oscilla: infatti deve potersi collocare in alcuni momenti all’interno del sistema, viverlo, farne esperienza emotiva e in altri all’esterno per descriverlo come un antropologo su Marte (per citare un celebro libro di O. Sacks).

Le relazioni che si vengono a stabilire all’interno del processo terapeutico dipendono, in buona parte, dall’interazione delle diverse personalità del paziente e del terapeuta il quale partecipa, in un’ottica di CO-COSTRUZIONE, al processo di cambiamento insieme al paziente, astenendosi dall’aderire rigorosamente e dall’applicare in maniera inflessibile schemi rigidi e stereotipati (Erickson,1980).Un protocollo rigido non dà le soluzioni al problema e i diversi attori danzano congiuntamente.

Questa danza congiunta deve muoversi secondo l’assunto di V. Foerster: agisci in modo da aumentare il numero delle scelte possibili; la comunicazione (verbale e non) come strumento di cambiamento è la quarta core competence del nostro terapeuta. Ne identifichiamo qui brevemente  alcuni elementi fondamentali:

  1. Ascolto attivo;
  2. Linguaggio suggestivo, metaforico;
  3. Assenza di giudizio;
  4. Assenza di diagnosi

E’ quindi evidente la centralità della persona del terapeuta nel processo di cura, della sua storia personale, del sistema di credenze e narrative che lo guidano nel processo di osservazione.

“ Come comprendiamo i nostri pazienti attraverso le ragioni della loro storia personale, così abbiamo guidato gli allievi a prendere coscienza di sé attraverso il racconto delle proprie vicende familiari” (Cit. Sorrentino, 1995, in Canevaro A. e Ackermans A. pag. 32).

Questa citazione ci consente di introdurre la core compentence centrale di questo lavoro: l’isomorfismo tra la storia personale e professionale in terapia, l’assoluta indissolubilità del fatto che l’una dimensione mappa l’altra e di conseguenza la necessità utilizzare la supervisione come strumento elettivo per uscire dall’autoreferenzialità e dalla cecità rispetto ai risultati che produciamo.

Nel momento in cui il terapeuta affronta i processi di individuazione e separazione della coppia entra in gioco con i propri, la modalità con la quale avrà costruito il proprio separarsi-individuarsi potrà rappresentare un potente attivatore di cambiamento oppure agire le paure più profonde e bloccare la coppia in una dimensione spaventata.

E’ frequente che, quando questo avviene, il terapeuta senta il bisogno di mettersi nella posizione dell’esperto guaritore, collocando così automaticamente l’altro nella posizione del malato (in qualunque forma questo venga rappresentato).

“Per realizzare ciò, l’operatore deve entrare a far parte del sistema familiare, con il suo bagaglio tecnico di esperienze, ma anche con la sua personalità, la sua fantasia, il suo senso dell’umorismo, la propria capacità a partecipare le emozioni degli altri, rinunciando al vestito magico e falso del “guaritore” (Andolfi, pag. 25)”

Tutti questi elementi devono entrare all’interno del processo di supervisione, che  deve essere in grado di “allenare e potenziare” il supervisore interno consentendo a ciascun terapeuta di diventare strumento all’interno della relazione terapeutica.

Volendo sintetizzare quanto esposto, potremmo far emergere i seguenti elementi centrali del lavoro con le coppie nella terapia strategica evoluta:

  1. Assunzione di un vertice osservativo trigenerazionale;
  2. Costruzione di ipotesi di funzionamento relazionale;
  3. La comunicazione come strumento di cambiamento, inteso come aumento delle possibilità di scelta;
  4. Isomorfismo tra la storia personale e professionale del terapeuta e necessità del processo di supervisione;

Per concludere, una metafora curativa tratta da una intervista di Matteo Fedeli, grande violinista, che dei violini Stradivari ci dice: Ognuno ha la sua personalità, a seconda della forma, ma anche di chi l’ha suonato: il modo di usare l’archetto modifica il suono dello strumento. E poi, i legni: ogni essenza ha la sua voce, e a determinare il timbro – più caldo o più cristallino – ci sono la densità del legno, lo spessore e il punto in cui vengono posizionati i fori armonici. A guardare bene, non sono mai nello stesso punto…».

 

Bibliografia  del lavoro

  1. Andolfi M. (1977), La terapia con la familgia – Un approccio relazionale, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma;
  2. Andolfi M. (2015), La terapia familiare intergenerazionale – Strumenti e risorse del terapeuta, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  3. Canevaro A., Ackermans A., (2013), La nascita di un terapeuta sistemico, Edizioni Borla srl, Roma;
  4. Elkaim M. (2000), Se mi ami non amarmi, Bollati Boringhieri Editore s.r.l., Torino;
  5. Varela F. (1975), A calculus for self-reference.International Journal of General Systems, 2, pag. 5-24;
  6. Watalawick P., Nardone G. (a cura di) (1997), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore, Milano;
  7. Weeks G.R., Treat S., (1998), Terapia di coppia. Tecniche e strategie per una pratica terapeutica efficace, Franco Angeli, Milano;
  8. Whitaker C. (1990), Considerazioni Notturne di un terapeuta della famiglia, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma;

 

Sitografia:

  1. panorama.it › Musica