«E voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri una bambina piccola piccola.
E la mia voce ti accompagnerà.
E la mia voce si muterà in quelle dei tuoi genitori, dei tuoi vicini, dei tuoi amici,
dei tuoi compagni di scuola e di giochi, dei tuoi maestri.
E voglio che ti ritrovi seduta in classe, bambina piccolina che si sente felice di qualcosa,
qualcosa avvenuto tanto tempo fa,
qualcosa tanto tempo fa dimenticato…»
(Milton H. Erickson)

 

 

Proviamo ad osservare un bambino o una bambina, mentre il papà o la mamma sta leggendo loro una storia o intonando una ninna nanna per addormentarli.

Anzi, entriamo in quella stanza, in punta di piedi, senza disturbare e osserviamoli entrambi.

Il/la bambino/a ascolta, incantato/a, come respirando con gli occhi le singole parole.

Parole che lo/la ghermiscono, tanto da fargli trattenere a momenti il respiro, anche se conosce perfettamente a memoria lo spartito: qualcuna, nella fondamentale esperienza reciproca del silenzio, addirittura la anticipa.

E se il papà o la mamma sbagliano o cambiano un passaggio, immediata è la risonanza emotiva per quel cambiamento che produce una richiesta di chiarimento.

È come se il bambino, vivendo empaticamente, per esempio, la gioia di Karen nell’indossare le sue scarpette rosse, potesse riconoscere dentro di sé l’analogia di quell’esperienza e di quell’emozione, con emozioni ed esperienze da lui/lei stesso/a provate, magari la sera, nel buio della sua cameretta.

La presenza empatica, corporea, dell’adulto narrante, dà efficacia e forza alla validazione congiunta di quelle esperienze, contribuendo a renderle vivibilipensabili.

Potrebbe sembrare quasi un rito, che si rinnova ogni volta, ma che è sempre identico, e che parla di cose che sono sempre esistite (“C’era una volta, tanto tempo fa”) e che sempre si presentano e si ripresentano come nuove, nella ritualità.

“Già subito dopo la nascita, possiamo osservare nei neonati forme precoci di intersoggettività. Ciò conferma la natura fondamentale della matrice intersoggettiva in cui ci evolviamo. Diversi ricercatori hanno osservato comportamenti intersoggettivi nei bambini in età prescolare e pre-simbolica. Questa manifestazione così precoce di intersoggettività richiama il problema della sua possibile natura innata. (Stern D., pag. 69, Il momento presente, Raffaello Cortina Editore)”.

In questi momenti, quale sarà il modo migliore per raccontare?

Bisognerà far finta di essere “una mosca sul muro”, un puro e semplice osservatore?

Naturalmente no; in tal caso i bambini inizierebbero a nutrire dei sospetti sulle vostre intenzioni – perché ve ne state lì a guardare con tanta freddezza e distacco?

Quindi il vostro primo compito è creare una relazione.

Non basterà ascoltare, ma dovrete condividere qualcosa di voi stessi, delle vostre emozioni nel raccontare proprio quella storia.

Il bambino si identifica con i personaggi del racconto, empatizza col protagonista e prova rabbia verso il suo nemico storico. E questo è ovvio.

Ma, soprattutto, il bambino entra, attraverso la voce, in relazione profonda con l’adulto narrante, con colui che osserva le esperienze e le emozioni, le riconosce, ne è incuriosito, dà loro corpo e vita, vi risuona, vi partecipa, le condivide.

Anche il genitore, come è ovvio, risuona profondamente con le emozioni e le esperienze dei personaggi della storia, con la magia di un tempo sospeso, in cui tutti i dispositivi devono essere spenti, sono accessi solamente i cuori che battono reciprocamente.

Ma il genitore può risuonare anche coll’affacciarsi del bambino alle esperienze fondamentali della vita in modounico,senza dare nulla per scontato o per risaputo, recuperando, così, la stupita meraviglia della scoperta.

Ed – ovviamente – con le emozioni: con tutte le emozioni possibili e immaginabili: “I momenti presenti che ci interessano maggiormente sono quelli in cui due persone stabiliscono un contatto intersoggettivo e si determina quella reciproca interpenetrazione delle menti che ci consente di dire: “Io so che tu sia che io so” o “Io sento che tu senti che io sento” ( (Stern D., pag. 63, Il momento presente, Raffaello Cortina Editore)”.

 

 

Proviamo ora ad osservare la/la stesso/a bambino/a vivere l’esperienza del racconto e della ninna nanna attraverso uno smartphone o un televisore e notiamo le differenze.

 

In assenza delle modulazioni della voce e delle emozioni del narratore genitore, il/la bambino/a sperimenterà sì stati emotivi, ma tenderà a non essere in grado di dargli un nome e quindi ad escluderle dalla propria consapevolezza, a cercare di “combatterle”, come fossero fenomeni che non possono essere regolati nella relazione (lo stesso possiamo del resto dirlo degli adolescenti abbandonati di fronte ai videogiochi e alle chat).

Mi spiego meglio.

Un/una bambino/a o un/una adolescente che organizzi la propria mente quasi solo sulla percezione visiva e uditiva (televisione, cartoni animati, videogiochi, giochi di destrezza ma non di fantasia, ecc.) senza la mentalizzazione possibile nella relazione con l’adulto, diventerà dipendente dal bisogno di contatto con la concretezza della realtà esterna a lui.

Il funzionamento emotivo e mentale tenderà in modo rigido a costruirsi prevalentemente secondo modalità che non prevedono una regolazione reciproca delle emozioni.

Diverrà, probabilmente, un/a bambino/a perfettamente “ammaestrato”, capace delle più rapide e precise risposte immediate ai vari stimoli, ma rischierà di non saper costruire quasi nulla all’interno della propria mente nel momento in cui interagisce con i propri genitori o i propri pari, perché sarà poco in grado di comprendere sé stesso nella relazione con l’altro.

Rischierà di diventare abilissimo nelle cose concrete, ma quasi vuoto per quel che riguarda il suo proprio mondo interno nel momento dell’incontro.

I/le bambini/e che passano le ore in compagnia di apparati o dispositivi digitali e elettronici, sono indotti a vivere strettamente nel solo mondo della percezione visiva e uditiva, che tende ad appiattire l’esperienza emotiva, e quindi ogni soggettività; ma anche perché la televisione o le chat telefoniche tendono a costruire esperienze attuali che falsificano le emozioni, che però vengono spacciate per vere: con le risate fuori campo, per esempio, che non lasciano neppure modo di attivare emozioni proprie; o con i discorsi pseudo-interattivi, del tipo: “Ci vediamo domani alla stessa ora!” (“Ci” vediamo? Ma chi si vede?), o: “Staremo insieme tutto il pomeriggio!”

Il più importante dei motivi a favore dell’esperienza “fisica” dell’ascolto di fiabe, è che rappresenta, quindi, una delle principali vie attraverso le quale il/la bambino/a impara a riconoscere le emozioni, proprie e degli altri, nonché le esperienze che si strutturano a partire da quelle emozioni.

Il processo che si attiva, però, è estremamente più importante, profondo e vitale di quello che potrebbe essere un puro e semplice apprendimento di regole o concetti intorno alle emozioni e alle esperienze che si strutturano su di esse.

Si tratta di una sorta di validazione congiunta dell’emozione e dell’esperienza, che è resa possibile dal fatto che attorno ad essa ci si trova a risuonare insieme, in quel momento lì, della lettura della storia, ma anche “da sempre e per sempre”, come la storia stessa dice: c’era una volta, tanto tempo fa, in un luogo lontano, lontano; e noi ora, che stiamo insieme adesso e qua, continuiamo a entrare in contatto emotivo con le stesse vicende, come a dirci: “Sì, è proprio vero. Accade proprio così. Anche a noi è accaduto, accade e accadrà così.

 

 

Dott. Andrea Stramaccioni