Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore.

Szymborska

La vita scrive segni sul corpo oltreché sulla psiche, il rapporto tra emozioni e sensazioni, tra mentale e corporeo è ormai chiaramente reciproco e bidirezionale; Borges definiva il tango come il pensiero triste che balla “le gambe si intrecciano, gli sguardi si fondono, i corpi si amalgamano e si lasciano incantare, incatenare in un grande abbraccio magico dal quale è difficile liberarsi”.

Ma, se da una parte il dualismo cartesiano mente corpo sembra ormai un artefatto culturale obsoleto, dall’altro assistiamo ad un lento diradarsi del confine che separa il dato oggettivo, il fuori da me, dal vissuto soggettivo: lo stesso linguaggio sta modificando la propria semantica e quindi, per esempio, parlarsi oggi ha perso qualsiasi connotazione corporea, diventando atto mediato quasi esclusivamente dalla tecnologia.

Si genera infatti proprio un problema connesso al rapporto corpo-sè in rapporto alle nuove tecnologie; all’interno di ambienti virtuali, infatti l’identità, il sè si è sganciato dalla corporeità e si è andati verso un’identità virtuale e simbolica priva di agganci fisici.

Si pensi, ad esempio, alla comunicazione in rete dove le persone vivono rapporti interpersonali in assenza del corpo e in mancanza del tipo di riconoscimento che questo media; tutto l’interesse si concentra sugli occhi, la vista il senso più utilizzato, il volto è l’unica parte del corpo che individualizza, soggettivizza la persona.

Il corpo però rimane essenzialmente topos, luogo: il mio occhio che vede è inguardabile per me, la mia schiena, la mia nuca, posso solamente sentirle, toccarle; si muovono e mi fanno muovere, ma mi impediscono di uscire dal loro involucro, al massimo mi consentono di toccarne il limite, la pelle, mi condannano a un luogo fisso, a uno spazio circoscritto e invalicabile; non si può uscire infatti da questo luogo che ci accompagna ovunque.

Il nostro corpo, oggi, è diventato essenzialmente un oggetto di conoscenza scientifica, intorno al quale le differenti discipline (medicina, psicologia, neuroscienze) esercitano il loro potere, è diventato un luogo epistemico; è in atto una trasformazione che ha come obiettivo il superamento dello spazio – tempo, alla ricerca di una a-temporalità tutta plastica e silicone, un corpo senza età, sesso, storia e memoria.

Esistono veri e propri “trattati” sul modo di sentire ed iscrivere correttamente il sentire emotivo, le sensazioni dentro uno spazio discorsivo di controllo: abbiamo per esempio emozioni e pensieri buoni e positivi in opposizione a pensieri cattivi e negativi.

L’obiettivo è una sorta di sconfinamento dai vissuti emozionali e corporei, che sono quelli che ci radicano maggiormente, per convincerci, illusoriamente, di essere liberi dalla schiavitù delle emozioni e di fronte al mercato delle opportunità infinite, quello che ci conduce direttamente dentro la sofferenza più acuta.

“E’ ben possibile – scriveva M. Focault – che l’utopia prima, quella più impossibile da sradicare dal cuore degli uomini, sia proprio l’utopia di un corpo incorporeo”.

Ci sono solo tre dimensioni che creano un altrove nel vissuto del corpo: la morte, lo specchio e l’amore.

Allo specchio oppure in una foto il corpo è altrove da me, è proiettato in una dimensione duplice di qui dentro e di lì fuori da me, una dimensione di cui si fa una esperienza concreta e contemporanea.

La morte è l’unica dimensione che introduce un altrove nel vissuto del corpo, l’unica esperienza paragonabile è rappresentata da stati limite di coscienza o di derealizzazione, in cui però, anche se in una forma limitata, permane una esperienza corporea, sia pure di vuoto.

Nell’amore, nell’intimità dell’amore, della passione, sia quello verso una persona amata che quello verso una figlia, si realizza una dimensione triplice del vissuto corporeo: il corpo è qui, perché qui sono le tue dita, il tuo profumo e le tue labbra, che rivelano il mio corpo a me stesso, in tutta la sua intensità; è anche altrove, nell’altro e nelle sensazioni mie “altre” che mi pervadono.

Si realizza però anche una percezione terza, rappresentata dallo spazio relazionale dentro cui i corpi si proiettano, che è insieme fusione e separazione.

Affinché si realizzi, abbiamo però bisogno di tempo ed incontro.

L’esperienza della quotidianità sembra spingerci vorticosamente verso una fluidità e liquidità delle relazioni, caratterizzate dalla velocità, dalla nefasta “psicologia delle abitudini”, dalla necessità di fare in tempi brevi, brevissimi; non ci si può soffermare sul corpo e sui suoi messaggi, percepiti come zavorre.

La vita quotidiana è anche rumorosa, piena di suoni; il silenzio oggi è una sensazione rara.

Siamo circondati infatti da una serie di rumori, dalla radio alla televisione, dalle suonerie dei telefoni alle automobili e dalle voci indistinte del fuori.

Questo aspetto però comporta un fattore negativo: più i bambini esposti al rumore, hanno meno facilità ad imparare e leggere, anche perché possono meno focalizzarsi su quello che avviene dentro.

La presenza un ambiente relazionale fortemente pervaso dal rumore impedisce di decifrare i segni e di associarli a un senso preciso.

Il rumore, nella società moderna, viene inoltre considerato come la presenza indesiderabile dell’altro; a questo punto subentra allora l’uso delle cuffie, che consente di creare delle mura sonore, permette di isolarsi dal mondo, di non venire in contatto con gli altri

Dovremmo invece sempre più situare il corpo, soffermarci sulla modalità che utilizza per battere e respirare e farlo tornare ad essere prezioso mediatore tra il dentro ed il fuori: “come Adamo presto al mattino, che cammina uscito dalla capanna di fronde rinfrancato dal sonno, guardami mentre passo, odi la mia voce, avvicinami, toccami, accosta la palma della tua mano al mio corpo mentre passo, non avere paura del mio corpo” W. Whitman.