Come uccidere l’incanto dell’amore

durante la psicoterapia di coppia

 

Uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina!”.
E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”.
E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”.

Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna:
e cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi…
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

(W. Allen, Io e Annie)

 

 

In diversi articoli o pubblicazioni scientifiche sul tema coppia, ritroviamo colleghi che, nuovi aruspici del terzo millennio, compongono coppie attraverso caratteri o patologie: un classico accoppiamento proposto è quello tra narcisista e dipendente.

Questa prospettiva, proposta nei differenti contesti in cui si parla lo psicologese, uccide la complessità della coppia e dei meccanismi d’amore e di innamoramento: Che sia l’amore tutto ciò che esiste, è ciò che noi sappiamo dell’amore e può bastare che il suo peso siauguale al solco che lascia nel cuore, scriveva Emily Dickinson nella poesia Che sia l’amore tutto ciò che esiste.

La “sbornia cognitivista” che sta attraversando la psicologia vede tutti noi impegnati in un continuo processo di spiegazione, le emozioni non possono più essere vissute ma vanno comprese, investigate, come se fosse possibile spiegare quale è la sensazione che lascia l’acqua del mare sulla pelle prima di un tuffo.

Il mare è tale perché mi sono immerso almeno una volta dentro quella sensazione di acqua e onde e correnti, è come il cielo, non si può spiegare, ma vivere, farne esperienza.

La relazione terapeutica è uno strumento centrale nel processo di influenzamento terapeutico e di cambiamento. Il concetto di “esperienza emozionale correttiva” elaborato da Alexander (Flegenheimer, 1982) spiega perfettamente il filo rosso che lega lo psicoterapeuta strategico in chiave evoluta al paziente nella relazione terapeutica. La relazione terapeutica diventa uno strumento di cambiamento quando il paziente può ri-esperireil proprio bisogno, o come lo definisce Alexander il proprio conflitto originario, all’interno di una relazione di cura che offrirà una risposta più favorevole al suo bisogno e genererà una forma di apprendimento sulle relazioni in generale (ibidem). Questa esposizione in vivo del paziente all’”esperienza emozionale correttiva” consentirà al paziente di costruire un nuovo modo di narrare la sua storia e di sviluppare nuovi stili comportamentali e relazionali perché nuova è l’esperienza fatta. [1]

Come magnificamente espresso dalla pittrice Frida Kalho: “Non si può amare solo con la voglia di amare. Con il solo amare. Con il voler restare. Con il crederci. Con l’io amo. Perché poi non basta. Non regge. L’amore non basta per amare. Bisogna che ci sia la storia, per amare. La vita, per amare. Non bastano le parole, per amare. Neanche quelle giuste, bastano. Neanche le parole d’amore bastano per amare. Dobbiamo fare una passeggiata. Dobbiamo cenare insieme. Fare una cosa insieme. Che sia nostra. Che siamo noi. Io e te. Non basta fare sesso per fare l’amore. Anzi. Ci vogliono i baci. Ci vuole anche solo stare con la fronte appoggiata alla fronte. Per amare ci vuole una storia. Da vivere. Vissuta. Ci vuole tempo. Non può non esserci mai. Per amare ci vuole una storia. Da fare e raccontarsi. Non puoi non avere voglia di parlare. Non puoi parlare sempre. Una storia da fare insieme. Non puoi trovare tutto pronto. Arrivare quando tutto è fatto. Io amo solo chi fa la giornata con me. Chi fa la vita con me. Chi fa la spesa con me. Chi fa una passeggiata con me. Chi fa tempo con me. Chi fa storia con me. Non amo se no. Amo solo chi sa stare tutto con me. Chi parla con me. Chi torna da me. Chi chiama per non dire niente. Chi mi bacia la testa, tra i capelli, passandomi vicino. Chi mi porta i capelli indietro. Io non voglio le romanticherie. Voglio le cose che sono nella mia giornata. Voglio che sono con te. Fatte con te. Raccontate a te. E poi ti racconto le cose solo mie. Che faccio io. Entro e esco dalla tua vita. E tu dalla mia. Come l’ago che cuce. Come l’ago che per unire, entra e esce.”

Difficile ora, per chi scrive, trovare parole di uguale intensità e suggestione; dobbiamo chiedere aiuto ad un sorridente antropologo e pensatore complesso.

L’io, diceva Bateson, non è nella pelle degli individui, è espressione di una concezione reificata e distorta che non vede, che “Siamo parte danzante di una danza di parti interagenti” e che quindi “esso” fa parte, in realtà, di più ampi e vasti processi interconnessi.

Incontrare la coppia in terapia significa quindi poter fare emergere questi processi interconnessi, soprattutto in una dimensione simbolica spaziale.

La coppia, infatti, può essere considerata come il punto d’incontro tra due assi immaginari: uno verticale, il vincolo di filiazione e uno orizzontale, quello di alleanza (Canevaro A.).[2]

La modalità attraverso la quale ciascuna coppia compone questi due assi immaginari rappresenta  la sfida del terapeuta, che deve avere chiaro nella propria mente che tutti e due esistono in una relazione inversamente proporzionale, cioè più il vincolo di alleanza si consolida creando una serie di regole proprie, transazionali, in un certo clima di complicità propria di quella coppia, più tendono a indebolirsi i legami che uniscono i due coniugi ai rispettivi sistemi familiari di origine e la complicità sviluppata con questi attraverso tanti anni di convivenza.

Di conseguenza, quando s’incontra una coppia occorre considerare tre piani generazionali
(famiglia d’origine, coppia, figli) in un adeguato bilanciamento tra appartenenza e separazione/differenziazione del sé.

Uscire da questa prospettiva per abbracciarne una complessa è possibile attraverso tre azioni di cambiamento e di rottura risetto alla prospettiva unidirezionali tradizionali:

  1. Si lavora per ipotesi e con ipotesi, la cui natura deve essere sistemica, ossia circolare e relazionale, deve rappresentare tutti gli elementi di una situazione ritenuta problematica e le loro connessioni. L’ipotizzazione propone di vedere la terapia come momento di ricerca creativa insieme con la coppia sulla conoscenza di sé e dell’altro;
  2. La curiosità deve essere la cifra relazionale del terapeuta. La curiosità stimola la costruzione di punti di vista e mosse alternativi. Quando i terapeuti percepiscono di essere incapaci di formulare ipotesi alternative, o quando le domande circolari non aiutano a formularne di nuove, hanno perso il loro senso di curiosità, hanno accettato la storia satura portata dalla coppia.
  3. La circolarità: la capacità del terapeuta di condurre il dialogo terapeutico, basandosi sulle retroazioni della coppia alle sue domande in termini di rapporti e quindi in termini di differenza e di mutamento.

Una modalità di conduzione del colloquio che consente questa danza complessa è rappresentato dall’utilizzo delle domande circolari, che hanno l’importante effetto di mettere ciascun componente della coppia nella condizione di osservatore partecipante dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti degli altri, creando così nella terapia una comunità di osservatori creatori.

Per mezzo di domande circolari, si esce dalla tirannia dell’ego e dell’intrapsichico: ogni membro della coppia “è detto” invece di “dire”, ascolta l’opinione dell’altro su di sé e così ha più possibilità di conoscerlo e di esperirlo in maniera differente.

Tanto la coppia quanto il terapeuta, attraverso le domande, cambiano costantemente sulla base dell’informazione offerta dell’altro. La circolarità rappresenta la premessa che consente la creazione di nuova ipotesi sul problema.

“Si consideri un individuo che stia abbattendo un albero con un’ascia: ogni colpo d’ascia è modificato e corretto secondo la forma dall’intaccatura lasciata nell’albero dal colpo precedente. Questo procedimento autocorrettivo è attuato da un sistema totale, albero-occhi-cervello-ascia-corpo-albero; ed è questo sistema totale che ha le caratteristiche di mente. Constatiamo che l’ascia fende dapprima l’aria e produce certi tipi di tacche in un preesistente taglio nel fianco dell’albero. Se ora vogliamo spiegare quest’insieme di fenomeni, ci dobbiamo occupare di differenze nel fianco intaccato dell’albero, differenze nella retina dell’uomo, differenze nel suo sistema nervoso centrale, differenze nei suoi messaggi neurotici efferenti, differenze nel comportamento dei suoi muscoli, differenze nel modo di avventarsi dell’ascia, fino a differenze che l’ascia poi produce sulla superficie del tronco (Bateson G. pag. 349).

Quali esempi di domande circolari possiamo offrire in questo contesto.

Le domande circolari possono, tra le altre, essere triadiche, di differenza, sui cambiamenti, ipotetiche, sul futuro e sulla relazione terapeutica.[3]

  1. Le circolari triadiche sono domande con le quali si chiede alla persona di commentare la relazione tra altri due membri della coppia o su una situazione in particolare o sul rapporto tra un membro della coppia e gli altri.
  2. Le circolari di differenza, riguardano un comportamento e non si presumono intrinseci alla persona (esempio: “chi pensa che potrebbe aiutare di più la sua famiglia rispetto ai suoi problemi”).
  3. Le circolari di cambiamento: sono un’indagine diacronica, prima o dopo uno specifico evento sul cambiamento nelle relazioni (Es. “andava d’accordo con i suoi genitori prima del loro divorzio? E dopo?”).
  4. Le circolari sul futuro: domande aperte sul futuro, che sfidano la prospettiva immobilistica della famiglia (Es. “Che cosa pensa che accadrà alla sua famiglia nel prossimo anno?”).
  5. Le circolari sulla relazione terapeutica: La posizione del terapeuta all’interno del sistema famiglia: domande volte a far emergere eventuali triangolazioni oppure la percezione di maggiore o minore vicinanza;

Possiamo quindi scegliere di essere, di fronte alla coppia, come quel grande collezionista d’arte a cui Ambroise Vollard, il leggendario mercante di quadri parigino, intorno alla fine dell’800 aveva offerto un nudo di Renoir per quattrocento franchi, per sentirsi rispondere: “Se ne avessi quattrocento da buttare via, comprerei questa tela per bruciarla davanti a lei nel caminetto, tale è la pena che provo nel vedere la firma di Renoir sotto un nudo così mal disegnato.

Oppure possiamo essere come l’ago che cuce, che, per unire, entra e esce.

Ci sono, quindi, due modi per avvicinarsi alla storia di una coppia, in una la pensiamo, è lì di fronte a noi, ci parla e niente di più, l’altra è pensarla in relazione a noi, perché ci dice qualcosa di più, parla anche di noi.

 

 

 

 

 

Bibliografia

  1. Bateson G. (1979), Verso un’ecologia della mente, biblioteca Scientifica Adelphi Editore, Milano;

 

Sitografia:

 

  1. https://www.tesionline.it/mobile/appuntoPar.jsp?id=173&p=30;
  2. idipsi.it/Pagine/Rivista/Download/IDIPSI_VOLUME%201_2013-ok.pdf

 

 

 

1.    [1]Mastrantonio F., Stramaccioni A. (2016), La terapia strategica nella sua forma evoluta: trasformare problemi in progetti, e-book;

 

[2]www.idipsi.it/Pagine/Rivista/Download/IDIPSI_VOLUME%201_2013-ok.pdf

 

[3]Il modello sistemico di Milano nella terapia familiare – Tesionline

https://www.tesionline.it/mobile/appuntoPar.jsp?id=173&p=30